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Friday, Apr 04, 2025

L'economia italiana affronta sfide in mezzo a un aumento del protezionismo e all'incertezza.

L'economia italiana affronta sfide in mezzo a un aumento del protezionismo e all'incertezza.

Il rapporto di Confindustria evidenzia i potenziali impatti sul PIL a causa dei dazi e dell'incertezza economica in corso.
Le prospettive economiche italiane sono state caratterizzate da un crescente grado di incertezza e dai potenziali impatti delle misure protezionistiche, come dettagliato in un recente rapporto di Confindustria.

Il rapporto indica che le tariffe potrebbero portare a una riduzione di 0,6 punti percentuali del PIL italiano in uno scenario che già prevede un notevole rallentamento, con proiezioni per la crescita del PIL nel 2025 fissate allo 0,6%, riviste al ribasso rispetto al precedente stimato 0,9%.

La reintroduzione di tariffe statunitensi su acciaio e alluminio al 25% dovrebbe diminuire le esportazioni americane di questi materiali di circa il 5%, con un impatto macroeconomico minore, stimato attorno a -0,02% sulle esportazioni totali di beni italiani.

Tuttavia, il rapporto delinea anche uno scenario più grave in cui un aumento persistente dell'incertezza potrebbe influenzare drammaticamente il PIL italiano. Se le tariffe fossero applicate al 25% su tutte le importazioni americane, comprese quelle dall'Europa, e al 60% sulle importazioni dalla Cina, l'impatto negativo cumulativo sul PIL italiano potrebbe raggiungere -0,4% nel 2025 e -0,6% nel 2026.

Le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti hanno raggiunto i 65 miliardi di euro nel 2024, rappresentando oltre il 10% del totale.

Il paese ha registrato un aumento cumulativo del 30% delle esportazioni tra il 2019 e il 2023, contribuendo per 4,5 punti percentuali a questa crescita.

I settori particolarmente vulnerabili a queste tariffe includono bevande, prodotti farmaceutici e industrie automobilistiche.

Il rapporto caratterizza la nuova politica commerciale 'America First' sotto la seconda amministrazione Trump come più aggressiva e imprevedibile rispetto alla precedente.

Secondo il rapporto, avviare negoziati con gli Stati Uniti per riconciliare le esigenze reciproche è fondamentale, insieme a migliorare l'attrattività dell'Europa per limitare le uscite di capitali verso gli Stati Uniti.

L'incertezza crescente derivante dagli annunci tariffari ha portato a un picco negli indici di incertezza economica e politica, impattando negativamente le decisioni di investimento e le interazioni nelle catene di approvvigionamento globali.

Dal 2022, sono state implementate più di 3.400 misure protezionistiche a livello globale ogni anno, un significativo aumento rispetto ai livelli pre-2020.

Un'escalation dei sentimenti protezionistici tra le principali economie globali potrebbe minare la struttura fondamentale del commercio e della produzione internazionale, riflettendosi profondamente sui livelli di PIL globali.

Le tendenze di investimento mostrano un'anticipata diminuzione dello 0,8% quest'anno, in linea con una tendenza al ribasso osservata nella seconda metà del 2024. Il recupero previsto è atteso nel 2026, con un tasso di crescita dello 0,9%, che riflette una stagnazione nel biennio.

La competitività europea risulta essere bassa, causando una graduale perdita di terreno rispetto agli Stati Uniti e alla Cina.

Dal 2007, l'Unione Europea ha registrato una crescita annuale media dell'1,6%, rispetto al 4,2% degli Stati Uniti e al 10,1% della Cina a prezzi correnti.

Il divario di competitività con gli Stati Uniti è accumulato a oltre 70 punti percentuali di PIL, al quale i pesi burocratici—sottolineati da rapporti che indicano oltre 13.000 atti normativi approvati dall'UE tra il 2019 e il 2024—contribuiscono significativamente, elevando i costi operativi per le imprese.

Nonostante la stabilità nei livelli occupazionali, che sono aumentati del 4,7% dal 2023 al 2024 rispetto a una crescita del PIL dell'1,4%, persistono preoccupazioni riguardo alla sostenibilità di tale stabilità di fronte ai deboli livelli di produzione.

Un sondaggio ha rilevato che il 34,7% delle grandi imprese stava mantenendo i dipendenti, indicativo di una gestione cautelosa del mercato del lavoro.

La situazione economica generale in Italia ha riflesso una crescita annuale dello 0,7% nel 2024 grazie ai diversi contributi della spesa dei consumatori, degli investimenti fissi lordi, del consumo collettivo e delle esportazioni nette, bilanciando i deprezzamenti delle scorte.

Le proiezioni per il 2025 suggeriscono una crescita modesta dello 0,6%, tenendo conto del rallentamento economico durante la parte finale del 2024 e del deterioramento dell'ambiente macroeconomico.

I fattori positivi previsti per influenzare il panorama economico 2025-2026 includono continue riduzioni dei tassi d'interesse da parte della Banca Centrale Europea, un aumento del reddito disponibile reale grazie al recupero salariale, sostanziali contributi di reddito non da lavoro, un incremento dell'occupazione totale e un calo dei tassi di inflazione.

L'attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) dell'Italia, con circa 130 miliardi di euro stanziati tra il 2025 e il 2026, dovrebbe contribuire positivamente, in particolare agli investimenti nel settore delle costruzioni.

Tuttavia, si profilano anche sfide, tra cui il supporto inadeguato per gli investimenti in impianti e macchinari, messo in evidenza dalla limitata efficacia del Piano Transizione 5.0, e l'aumento ricorrente dei prezzi dell'energia, che, sebbene non così elevati come i picchi osservati nel 2022, pongono ancora rischi per la competitività delle imprese e il reddito disponibile delle famiglie.

Il settore industriale italiano continua a affrontare sfide significative, con evidenze che suggeriscono che il suo declino potrebbe diventare strutturale.

Tra metà 2022 e la fine del 2024, l'Italia ha registrato una riduzione dell'8,2% nella produzione.

Questa crisi si estende oltre l'Italia, con impatti variabili tra i settori.

In particolare, il settore automobilistico è tra i più colpiti in tutta Europa, insieme ai cali nell'industria della moda e della lavorazione dei metalli.

In contrasto, se si analizza la produzione manifatturiera escludendo questi settori, si osserva una moderata diminuzione dell'1,5% in Italia per il 2024, rispetto a una riduzione del 2,6% in Germania e a un aumento dell'1,6% in Spagna.

Le attuali condizioni di mercato rivelano una domanda debole in tutta l'Eurozona, ulteriormente esacerbata da un'alta inflazione e tassi d'interesse elevati.

Le modifiche nelle preferenze dei consumatori dai beni ai servizi contribuiscono anche a un'indebita domanda industriale, aggravata dall'aumento dei costi energetici in Europa.

Sebbene alcuni problemi specifici del settore possano risolversi nel breve e medio termine, sfide persistenti come i costi energetici e le crisi della catena di approvvigionamento nei settori automobilistico e della moda sono attese durare.

Il rapporto sottolinea che la crisi all'interno dell'industria italiana è principalmente una questione di produzione piuttosto che di valore aggiunto, con una produzione in calo del 3,5% nello stesso intervallo di tempo, eppure l'occupazione nei settori sotto pressione è comunque aumentata.

Le ragioni dietro questa dicotomia potrebbero includere una riduzione delle scorte di beni intermedi e un passaggio verso settori produttivi a più alto valore aggiunto.

Le future pubblicazioni di dati sono attese a fornire maggiore chiarezza su queste tendenze.
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